Dischi posseduti 2000

Nella lista di cinque dischi tra quelli che ho comprato e che sono usciti nel 2000 avrei tanto voluto inserirne uno che ho acquistato in LP a scatola chiusa, non avendo cioè mai sentito niente prima ( del disco, non del gruppo che lo ha realizzato, naturalmente ) e questo per il solo motivo di poterlo fare a pezzi. Poi mi sono detto che non valeva la pena sprecare tempo e spazio nel blog per quell’album e ho lasciato perdere… Eh si, lo so che c’è gente che apprezza, di più, ama “Kid A” dei Radiohead ma quel qualcuno non sono io…

Badly Drawn Boy – “The hour of bewilderbeast”

Fino a qualche settimana fa non conoscevo – beata ignoranza – Badly Drawn Boy di cui, volendo rimediare a questa lacuna, ho voluto conoscere i suoi dischi iniziando come è normale che sia dal primo. Ho ascoltato poche volte ad oggi, quindi, questo “The hour of bewilderbeast” ma se pochi ascolti sono insufficienti per farsi un’idea precisa su come sia il disco e soprattutto su quanto mi piaccia, sono comunque in numero abbastanza accettabile per farmi capire che l’album mi piace. La musica di Badly Drawn Boy mi pare sia un indie Rock Folk con qualche parentela con Elliott Smith, cantata con una voce che mi ricorda quella di Jeff Tweedy e contenente soluzioni che rimandano al Folk psichedelico di cose tipo l’Incredible String Band ma con melodie decisamente migliori o comunque più memorizzabili rispetto a quelle di quel duo. Può essere che tra un po’ di tempo, una volta metabolizzato il disco, mi accorga che i riferimenti a cui l’ho accostato siano del tutto sbagliati ma pazienza, rimedierò. Di sicuro c’è che questo non sarà l’unico disco di Badly Drawn Boy che conoscerò…

Il libretto del CD contiene alcune foto ma non ritraenti l’autore, tutti i musicisti canzone per canzone e solamente alcuni testi. Perché non tutti? Mah…


Belle and Sebastian – “Fold your hands child, you walk like a peasant”

Poche storie: per quattro o cinque anni i Belle and Sebastian sono stati una certezza assoluta. Certezza di qualità, di equilibrio, di rara sensibilità musicale. Non che alcune delle cose realizzate in seguito siano meno interessanti ( “Storytelling“, ad esempio, è una colonna sonora che si fa ascoltare anche senza il supporto delle immagini e il tardivo “The life pursuit” è un signor disco ), ma gli album realizzati dall’esordio “Tigermilk” fino a questo “Fold your hands child, you walk like a peasant” costituiscono un corpus pressoché inattaccabile. Qui ci sono toccanti parentesi acustiche, reminiscenze morriconiane, ritmi sostenuti che accompagnano melodie dolci e risolute insieme a formare bozzetti pop dall’incedere quasi epico; ci sono dei riferimenti agli Air ( “Don’t leave the light on, baby” ), tanto per dire che i Belle and Sebastian non erano i soli, vent’anni fa, a promuovere il “bello”. I soli no, ma i migliori forse si…

Libretto contenente i testi e tutte le annotazioni necessarie: niente di più ma niente di meno… In fondo c’è una foto un po’ inusuale del gruppo.


Blonde Redhead – “Melody of certain demaged lemons”

Melody of certain demaged lemons” non è solo il miglior disco dei Blonde Redhead; è un piccolo capolavoro che si alimenta dei suoi sbalzi, che alterna squarci ritmici e rumoristici a delicate melodie chopiniane. Quella contenuta in questo disco è una musica eterogenea, caotica e che evidenzia un background culturale di stampo europeo come solo la Grande Mela, in America, può partorire, una musica così diversa da quanto solitamente viene identificato con il rock americano ( e infatti due componenti sono di origine italiana, la terza giapponese ) e che sa di ambiente raccolto. E’ una doccia scozzese questo album ed anche il mio preferito del 2000.

Dentro la custodia c’è un foglio con i testi, foglio in cui si vedono in filigrana le foto del trio. C’è anche il coupon per scaricare le canzoni in Mp3, cosa che fino ad un certo punto non era una prassi così scontata e per questo, quando c’era, veniva pubblicizzata e che poi è diventata la norma ( anche perché altrimenti i files li trovi gratis… )


Eminem – “The Marshall Mathers lp”

Mi sono sempre chiesto se tutti quelli che, all’epoca, vedevo canticchiare o fischiettare le canzoni di questo disco di Eminem ( ricordo una collega, ad esempio… ) sapessero cosa quelle canzoni dicessero. In “Kim” – per dire – il simpatico Marshall canta di come picchiasse la moglie ( “bleed, bitch, bleed” ) e d’accordo, non è detto che fosse autobiografica, però insomma… Mi è sempre sembrato imbarazzante, quindi, rapportarmi a questo album perché, se fossi stato uno politicamente corretto ( cosa che invece ero poco da giovane e per niente adesso ) avrei dovuto cassare il disco fregandomene del fatto che le canzoni, pur di un genere che non è il mio preferito o forse ancor di più per questo motivo, erano effettivamente belle ( una su tutte: “Stan” ). Oppure, al contrario, se fossi stato un tipo in possesso di una sensibilità solamente pari a quella di un rinoceronte quando parte alla carica o di quei personaggi che non sanno fare la “o” col bicchiere intenti a superarsi in una gara di rutti avrei ascoltato con malsano divertimento queste canzoni, magari pensando che in fondo due sberle alla moglie si possono pure dare. Non sono né uno né l’altro, invece e quindi, fuor di metafora e limitando il discorso all’ascolto del disco ( tradotto: non picchio la moglie, se serve dirlo ), mi sono sempre posto democristianamente nel mezzo, non fingendo mai di non sapere ciò che stavo ascoltando ma neppure privandomi di un disco effettivamente eccellente.

Singolo Cd stampato in due LP, con solo un foglio aggiunto in cui sono elencati i musicisti ed i tecnici ma dove non ci sono i testi.


Jimmy Page & The Black Crowes – “Live at The Greek”

Uno dei miei più grandi errori da appassionato di musica è stato lo scegliere di non andare a vedere Jimmy Page in concerto nel 1998, quando ne avevo avuto l’occasione e questo perché lo ritenevo bollito. Neanche due anni più tardi avrei cambiato idea ma ormai era troppo tardi ed in seguito non ho più avuto altre occasioni, salvo ipotecare la casa per assistere alla reunion dei Led Zeppelin o di ciò che ne rimaneva. A farmi cambiare idea nel 2000 aveva provveduto questo doppio live in cui Page fa fare i Led Zeppelin ai Black Crowes ( che se la cavano alla grande anche oltre le aspettative, almeno le mie… ). Page fa, per l’appunto, ciò che ha sempre fatto dopo l’atterraggio forzato del dirigibile ossia ripetere in qualche modo i Led Zeppelin, mentre per i Black Crowes è l’occasione per venire in contatto con l’epoca aurea del rock. La scaletta prevede quasi tutte canzoni dei Led Zeppelin ed alcune covers; nessun brano dei Black Crowes e questo la dice lunga su chi sia il vero titolare del progetto. Niente di nuovo sotto il sole, ok , ma è un ripasso che fa bene…

Doppi CD in confezione singola; il libretto contiene soprattutto delle foto in bianco e nero dei sei musicisti ( cinque più uno, of course ), mentre i crediti sono stampati sugli stessi CD.


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Dischi posseduti 2001

Non fu un anno particolarmente ricco di nuovi ascolti per me, il 2001, anche perché tra i nuovi in realtà non nuovi ci fu un vecchio disco di Bob Marley che mi fece riscoprire quell’autore eclissando tutto il resto. Però, dai, l’esordio degli Strokes da solo rende l’anno buono per essere ricordato…

A.A.V.V. – “Timeless”

Acquistai questo “Timeless” al momento della sua uscita perché speravo che mi sarebbe piaciuto quanto mi era piaciuto un altro tributo che avevo conosciuto qualche anno prima, quello dedicato a Jimmie Rodgers e voluto da Bob Dylan; inoltre, i nomi coinvolti in questo progetto erano grosso modo dello stesso livello di quelli presenti nell’altro disco. Non andò così. Intendiamoci: non c’è niente che non vada in questo tributo ad Hank Williams, uno dei padri del Country così come lo era stato lo stesso Jimmie Rodgers, però nemmeno ci ho mai trovato niente di particolarmente interessante… Non sono male i contributi di Dylan, di Sheryl Crow ( vabbe… ), di Tom Petty e di Lucinda Williams; un po’ meno interessanti trovo che siano gli altri, tra cui ci metto anche il brano scelto da Keith Richards…

La copertina, nera con l’immagine di Hank Williams visibile solo in controluce, non aiuta a farsi piacere il disco. Il libretto interno, invece, è molto ben fatto, con i testi e le note sui musicisti canzone per canzone, più una piccola foto di ogni interprete. Elegante.


Ryan Adams – “Gold”

Ricordo che al momento della sua uscita questo “Gold” era stato salutato come uno dei possibili futuri del Rock’n’roll in virtù della sua capacità di rifarsi ai classici riuscendo a coniugare l’ortodossia con il presente. Lo comprai un paio di anni più tardi pensando che quanto avevo letto al riguardo potesse essere verosimile ma invece “Gold” non mi ha mai convinto e tutt’ora mi convince poco. Innanzitutto per la scrittura, che mostra fin troppo bene quali sono i riferimenti dell’autore ( Young, Petty, Fogerty, Who, Stones, tra gli altri… ) senza che ci sia però – alle mie orecchie – quel guizzo di originalità che impedisca alle canzoni di essere copie sbiadite di ben più quotati originali. Poi anche per il suono, che trovo sia un po’ troppo pulito, dagli angoli smussati, non proprio patinato ma comunque levigato, ben educato. Alla fine, comunque, non mi pare che Ryan Adams abbia avuto una carriera, commercialmente ed artisticamente, dello stesso livello di un Jack White – per dire – rimanendo tra quelli della sua generazione che hanno impostato la loro arte piantando le radici nel Rock classico, quindi forse tutti i torti nei confronti di “Gold” non li ho…

Libretto contenente tutto ciò che serve, senza strafare: ci sono i testi, le solite annotazioni, i ringraziamenti, le foto, ecc… La cosa più originale è lo stesso dischetto, “dipinto” come se fosse un vinile…


Bob Dylan – “Love and theft”

Per me, l’ultimo disco davvero grande, grande dall’inizio alla fine, di Bob Dylan è “Love and theft“. Un album dal suono sontuoso ( in questo il bassista e band leader Tony Garnier svolge un ruolo fondamentale… ), un disco predestinato come predestinato è il suo autore, visto che uscì l’11 Settembre 2001 ed in alcuni brani ( “High water“, per dire… ) sembra di cogliere dei riferimenti a quella tragedia ma ovviamente non può essere così. Un disco di Rock e ballate ( “Mississippi” è da greatest hits ), di Blues e di pezzi in quell’Old Style che anni dopo diventerà la regola per Dylan e della qual cosa io non sono mai stato troppo entusiasta ma qui sono pochi e soprattutto sono brani autografi. Un disco, infine, che termina con quel capolavoro, quella canzone definitiva che è “Sugar baby” e che quindi, già solamente per questo, sarebbe irrinunciabile.

Album uscito l’11 Settembre e da me acquistato proprio l’11 Settembre ( appresi della tragedia proprio nel negozio… ). Comprai la limited edition che, oltre ad essere in semi digipack, conteneva un ulteriore CD con due brani dal vivo del 1961 e del 1963 ( che credo di non aver più ascoltato da allora… ); inoltre c’erano diverse foto, sia nell’interno della custodia ( vedi sopra… ) che nel libretto, tutte migliori di quella usata per la copertina…


The Strokes – “Is this it ?”

Ho sempre pensato che la più grande invenzione fatta nel mondo del Rock’n’roll sia quella dell’acqua calda: il basarsi, cioè, su cose che nel tempo sono divenute classiche riuscendo però poi a cambiarle di poco adattandole ai tempi e facendo, così, un piccolo passo in avanti per l’evoluzione di questa musica e questo senza mai mettere il piede in fallo perché le radici a cui ci si aggrappa sono solide e profonde. Ci sono state, è vero, delle eccezioni ma la regola è questa e funziona da sessantacinque anni. Nel 2001 tra quelli che scoprirono l’acqua calda ci furono gli Strokes, band un po’ ruffiana ma fresca ed esuberante che riuscì a convincere il mondo che il presente ed il futuro del Rock fosse ciò che era sempre stato ossia due chitarre, basso e batteria più uno che urla dentro un microfono. Del resto tutti fino ad allora avevano convinto il mondo di questa cosa e perchè, allora, non avrebbero potuto farlo loro, capaci com’erano di scrivere pezzi irresistibili come “Last night“, “Soma“, “The modern age” ed altri ? Purtroppo, già a partire dall’album successivo si avrebbe avuta la certezza che non era il caso di perdere troppo tempo attorno agli Strokes, ma attorno al loro fulminante esordio “Is this it ?” si e come! Ogni tanto un po’ di sana aria fresca ci vuole…

Il libretto è quasi inutile, a meno di non essere un gggiovane a caccia delle immagini dei membri del gruppo: ognuno dei cinque, infatti ( più il produttore, il manager, ecc… ), ha la propria bella ( ? ) facciona ripresa in primo piano. Altro non c’è…


Weezer – “Weezer [ The Green Album ]”

Conosco questo disco solo da poche settimane, l’ho ascoltato due volte e quindi non mi sono ancora fatto un’opinione al riguardo che non sia superficiale. Mi pare un buon disco del solito Pop/Rock che ormai nel 2001 non rappresentava più una novità da parte dei Weezer, però ai primi ascolti mi pare che mi piaccia di meno di quanto non abbia fatto l’ultimo album del gruppo uscito giusto vent’anni dopo. Si vedrà…

L’impropriamente detto libretto ( sono solo due pagine… ) contiene nel retro annotazioni e ringraziamenti, il tutto scritto in piccolissimo, mentre nelle due pagine centrali c’è una foto del gruppo on stage. Pochino, insomma…


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Dischi posseduti 2002

A parte i nomi che seguo sempre ( e seguivo già venti e più anni fa ) tipo Tom Waits, David Bowie o Belle and Sebastian, nel 2002 non avevo molto interesse per le nuove uscite, la maggior parte delle quali ho recuperato anni dopo. Ad essere precisi, nel 2002 non avevo molto interesse nemmeno per buona parte delle produzioni del passato a meno che queste non provenissero da uno Stato dei Caraibi, avessero un ritmo perennemente in levare e possibilmente fossero da attribuire ad un gigante della musica di tutti i tempi morto una ventina di anni prima. Insomma, nel 2002 ascoltavo quasi solo Reggae e principalmente i dischi di Bob Marley. Quanti dischi di Reggae ci sono tra quelli del 2002 che ho acquistato e che ho inserito nella lista che segue? Nessuno, ovviamente, che domande…

Cody Chesnutt – “The headphone masterpiece”

Il mio rapporto con questo disco ha avuto una vita lunga e complessa. Ne avevo sentito parlare quando uscì ma, per un motivo o per l’altro, non ero riuscito a trovarlo e quando lo trovai… costava troppo. Poi l’ho un po’ dimenticato e intanto erano passati dieci anni; nel frattempo Cody Chesnutt aveva pubblicato un altro disco ed allora comprai entrambi ma fu il secondo a colpirmi di più. Bastarono però alcuni ascolti per rendermi conto che la parola “capolavoro” presente nel titolo di questo “The headphone masterpiece“, ammesso che fosse esagerata, lo era di poco: sorta di compendio di tanta musica nera dal Soul al Funky, da Sly Stone a Prince, senza tralasciare l’Hip-hop, le ballate e qualche soluzione elettronica, “The headphone masterpiece” dura più di un’ora e mezza ed il livello, che per forza di cose non può che essere discontinuo, rimane comunque sempre mediamente alto, pure in quei brani di breve durata che ad un primo ascolto sembrano irrisolti. Per me, però, il vertice del disco è posto all’inizio, dove “With me in mind” e “Upstarts in a blowout” costituiscono un uno-due che non fa prigionieri.

In nessun modo avrei potuto comprare questo disco in un formato diverso dall’LP: troppo forte il legame con la musica degli Anni Settanta per un album che comunque sapeva essere anche attuale, per i suoi tempi. Il doppio Cd diventa triplo in Lp, la confezione si apre in due ( quindi due vinili sono alloggiati insieme nella seconda fessura ), l’interno rimanda – come detto – alle copertine di trent’anni prima, le annotazioni sono appena sufficienti. Niente testi…


Queens of the Stone Age – “Songs for the deaf”

I Queens of the Stone Age, la seconda vita di Josh Homme dopo i Kyuss, imbarcati per l’occasione anche il Foo Fighters Dave Grohl e l’ex Screaming Trees Mark Lanegan, sono un supergruppo che macina un Rock duro ed ossessivo, figlio per forza di cose dello Stoner ma più lirico della musica dei Kyuss ( almeno per me ), nipote dell’Hard dei Settanta ma capace anche di aperture acustiche. Dopo aver realizzato due album belli ma a cui mancava quel quid che li rendesse eccezionali, Homme e soci il quid lo trovano, grazie ed una più ispirata vena melodica e ad un gioco di quadra con i due nomi di cui sopra: “Songs for the deaf” è un discone, un classico che diventa tale nel momento preciso in cui esce.

L’acquisto di questo CD è stato relativamente recente; per anni ho ascoltato “Songs for the deaf” solo in formato “digitale”. A dire la verità il CD non offre molte informazioni; le poche che ci sono sono scritte dietro a dove alloggia il disco, mentre il libretto contiene una foto e nient’altro…


Damien Rice – “O”

La musica di Damien Rice è il cantautorato che non passa mai di moda, è la poesia delle note prima ancora che delle parole. I brani sono acustici ma circondati, avvolti da orchestrazioni che non solo non danno fastidio ma, al contrario, contribuiscono a creare un clima caldo, il tepore che solo la canzone d’autore, quando è sorretta da una profonda ispirazione, sa trasmettere. Un esempio è la crepuscolare “The Blower’s daughter“, un altro è la solare “Cannonball“, che un po’ mi ricorda “Denny” di Fossati che però è venuta dopo ( altrove mi sembra che siano stati i Decemberists ad ispirarsi alle canzoni di Rice… ), oppure la struggente, elisabettiana “Cheers darlin’” dove è il piano e non la chitarra acustica a disegnare magnifiche melodie. Si perché le canzoni di questo “O” posseggono più di ogni altra cosa questo, delle belle melodie: non sono tristi, men che meno noiose. Sono vive, intense. E belle, tutte.

Confezione digipack molto elegante: un LP in miniatura… L’interno è totalmente spoglio, ma il libretto è ben fatto, anche se è più artistico che pratico ( ci sono i testi ma scritti in modo tale che si capisce poco… ); sull’ultima pagina c’è un bel collage fotografico.


Tom Waits – “Alice”

Tom Waits lo si conosce ( e già lo si conosceva benissimo vent’anni fa ): non ha mezze misure. Fa passare sette anni da “Raindogs” a “Bone machine” ( anche se in mezzo c’era stata la piece teatrale “Franks wild yeras”… ), poi altri sette da “Bone machine” a “Mule variations”, dopodiché pubblica quattro album in sei anni, due addirittura nello stesso anno. L’anno era proprio il 2002 ma i due dischi ( questo “Alice” e “Blood money” ) non sono granché simili, non sono un doppio diviso in due, anche perché le canzoni del primo provenivano da sessions vecchie addirittura dieci anni… Dei due io ho sempre preferito, anche se di poco, “Alice”, in virtù di alcune canzoni, tra cui c’è soprattutto la traccia omonima, che preferisco a quelle contenute nel disco gemello. Questione di sfumature… Ad ogni modo avere due dischi nuovi di Tom Waits da ascoltare è una goduria che capita una sola volta nella vita. E infatti…

Confezione semi digipack con le note sui musicisti scritte sotto l’alloggiamento del disco, la altre annotazioni presenti nella controcopertina mentre i testi sono nel libretto, estremamente elegante nella sua carta spessa e lucida…


Wilco – “Yankee Hotel Foxtrot”

Yankee Hotel Foxtrot” è per i Wilco un album di rottura, di svolta, ciò che – per dire – vent’anni prima circa era stato “Swordfishtrombones” per Tom Waits. L'”Alternative Country” degli esordi è un ricordo, il Rock ortodosso presente in “Being there”, già soppiantato in parte del Pop di “Summerteeth” del 1999, viene superato in favore di una musica sempre fisica ma anche eterea, con ramificazioni nella Psichedelia e che sarà il marchio di fabbrica della band. Ci sono grandi canzoni ed almeno una va citata, quella “Jesus etc…” che da sola renderebbe imprescindibile ogni disco, ci sono intuizioni che, per come la vedo io, troveranno una migliore realizzazione nel disco successivo, “A ghost is born”. E’ un gran disco quindi, “Yankee Hotel Foxtrot”: il motivo per cui io non sia mai riuscito ad amarlo come ho fatto con i due album dei Wilco successivi rimane per me un mistero…

Come spesso avveniva con le stampe di dieci o quindici anni fa ( il disco è del 2002 ma io per una decina di anni l’ho avuto solo in forma “liquida”… ) la versione in LP contiene anche il CD, semplicemente alloggiato in una busta con copertina quasi uguale a quella dell’LP ( mancano titolo e nome del gruppo ) e senza ulteriori annotazioni ( non servono, visto che ci sono già nell’LP… ). Il quale LP è in custodia doppia apribile con i testi stampati sulle buste interne: molto ben fatto…


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Dischi posseduti 2003

Diversi i dischi del 2003 che ho acquistato. Nella lista che segue ne ho, come al solito o quasi, inseriti cinque, tra cui ci sono due gruppi allora giovani, un altro che giovane lo era al momento della registrazione del disco ma non al momento della pubblicazione, un italiano che ormai giovane non era più ed un uomo che stava per morire ma che era intenzionato a lasciare, in questo modo, il suo testamento artistico prima di andarsene.

The Coral – “Magic and medicine”

Che gli anni Sessanta siano stati il Rinascimento della musica Rock lo dicono, anzi, lo dimostrano i musicisti stessi, di ogni periodo. Già a partire dagli anni Settanta si è iniziato a guardare al decennio precedente ( Flamin’ Groovies… ) e poi si è continuato, col revival degli Ottanta ( Green on Red, Chesterfield Kings e compagnia garage/psichedelica ) fino ad arrivare ai giorni nostri ( vero Yola ? ), passando per gli Allah Lahs e tanti altri. Vent’anni fa toccava a questi Coral, band di Liverpool che per forza di cose, puntando agli anni Sessanta, aveva i Beatles come faro guida ( i Beatles di “Help!”, per l’esattezza, a mio avviso… ) ma non solo. A differenza di ciò che sarebbe stato un Eli Reed, ad esempio, i Coral avevano però una capacità compositiva maggiore e soprattutto una più marcata indole ad ibridare ( comunque poco ) la loro musica con ciò che ruotava loro attorno. E questo “Magic & medicine” è un riuscito quadretto naif.

Il libretto del Cd contiene testi ed annotazioni; nella doppia pagina centrale c’è un collage delle foto del gruppo.


Ivano Fossati – “Lampo viaggiatore”

A vent’anni esatti da quel “Le città di frontiera” che tanto mi aveva colpito negli anni della preadolescenza da indurmi ad acquistarlo su cassetta, un nuovo disco di Ivano Fossati tornava a piacermi molto, cosa che gli altri titoli dello stesso autore usciti nel mezzo non erano riusciti a fare se non parzialmente. “Lampo viaggiatore” eccelle nel suono, nelle armonie, nei testi, senza indugiare in quelle soluzioni, che a me sono sempre sembrate troppo ricercate e snob, che talvolta in certi suoi dischi usciti a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta Fossati aveva adottato. “Pane e coraggio” e “C’è tempo” sono solo due tra le migliori canzoni del lotto, ma la media non è di molto inferiore.

Confezione semi digipack ( allora era molto gettonata per i dischi appena usciti… ) contenente un libretto molto elegante nella sua sobrietà con testi ed annotazioni.


Led Zeppelin – “How the West was won”

Come ho già fatto con Bob Dylan e Rolling Stones, anche per i Led Zeppelin do spazio, in queste liste di dischi che ho acquistato, ad un live ufficializzato – per così dire – solo a distanza di diversi anni dalla sua registrazione, anni che in questo caso sono trenta. Curato da Jimmy Page ( che era il chitarrista dei Led Zeppelin e che da quando i Led Zeppelin non ci sono più ha continuato a fare… il chitarrista dei Led Zeppelin ), “How the West was won” vede Plant & co. impegnati grosso modo nello stesso periodo in cui veniva registrato il live ufficiale “The song remains the same” con la differenza che il formato del CD ( in questo caso triplo ) rende possibile la pubblicazione di materiale in misura ampiamente maggiore e quindi si ha la sensazione di assistere ad un concerto intero. La scaletta è ottima, non manca praticamente niente, ma soprattutto trovo che venga risaltata l’anima sperimentale della band, la quale sembra improvvisare alcuni passaggi facendoli diversi da come magari li aveva eseguiti la sera prima ma trovando sempre la soluzione migliore. Riascoltare i Led Zeppelin dal vivo dopo tanto tempo, comunque, mi ha fatto ricordare qual è la mia religione…

CD semi digipack la cui confezione si apre in tre ( come da seconda foto ), del tutto privo di libretto: le annotazioni delle canzoni e quelle, scarne, sui musicisti sono riportate nel retro. In effetti non c’è bisogno di nient’altro: la musica contenuta parla meravigliosamente bene anche da sola…


The White Stripes – “Elephant”

Assunto armai a classicone degli anni Duemila ( si può parlare di classiconi per gli anni Duemila? Mah… ), trascinato da un singolo ( “Seven nation army“, of course ) divenuto famoso in tutto il mondo ed incredibilmente ancora di più in Italia per via dei cori che hanno fatto da colonna sonora alla vittoria della Nazionale al Campionato del Mondo del 2006 ( il poooo popopopopooooo po: quella roba lì… ), “Elephant” è oggi un must, un disco che non si può non conoscere, anche se secondo me il precedente “White blood cells” gli era superiore. Il recupero del Blues, l’adattamento dello stesso alla generazione dei ragazzi del 2000, il suono “à la Cramps” per via dell’assenza del basso sono alcuni degli elementi che hanno fatto della musica dei White Stripes negli anni Duemila ( e di quella di Jack White nel decennio successivo ) un successo a ben vedere non così scontato. Mi piace, ma i miei dischi da isola deserta sono altri…

Il libretto contiene i testi, i soliti, inutili ringraziamenti ed alcune annotazioni. Nella norma.


Warren Zevon – “The wind”

L’uomo che entra nello studio di registrazione per realizzare il suo nuovo disco è già pesantemente malato, minato di un cancro che lo ucciderà e ne è consapevole. Ad accompagnarlo, viste le circostanze, ci sono amici di vecchia data e con cognomi importanti come Springsteen, Petty, Lindley, Keltner, Cooder e poi ancora Emmylou Harris, Joe Walsh, Don Henley ed altri, tutti a sorreggere l’amico ma anche attenti a non fargli ombra, tutti impegnati a fare in modo che il suo ultimo, definitivamente ultimo lavoro sia un gran disco. L’obbiettivo è raggiunto, tutte le canzoni sono buone, compresa la “Knockin’ on Heaven’s door” di Dylan che, se rifatta da altri, può anche essere l’ennesimo rifacimento di un brano inflazionato, ma se a cantarla è un uomo che davvero sta per “bussare alle porte del Paradiso”, allora le cose stanno diversamente… Il disco, non senza qualche comprensibile intoppo, viene completato, la missione è compiuta, gli amici se ne vanno: “The wind” esce il 26 Agosto 2003, Warren Zevon muore il 7 Settembre dello stesso anno.

La custodia del CD è avvolta da una sorta di pre copertina in cartone, espediente che spesso veniva usato anni fa ( oggi non so… ) per dare al tutto un’eleganza maggiore e per far risaltare la foto della copertina stessa. Il libretto interno è ben fatto, senza orpelli inutili, con i testi e le note dei musicisti canzone per canzone, cosa questa quanto mai necessaria in questo caso vista l’importanza dei musicisti di supporto.


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Dischi posseduti 2004

Anno importante per me, musicalmente, il 2004 perché per la prima volta venni a contato con la musica in formato digitale, cosa che mi aprì un mondo. Non trascurai, comunque, nemmeno il formato fisico: i miei dischi preferiti dell’anno, alla fine, li ho comprati tutti…

Franz Ferdinand – “Franz Ferdinand”

Quando nel 2004 uscì questo disco omonimo dei Franz Ferdinand a me sembrò di vivere le stesse emozioni che quarant’anni prima suscitò l’apparizione dei Beatles in chi la vide. Va bene, ho bestemmiato e me ne scuso, però è innegabile che questo esordio sia riuscito a trasmettere la stessa esuberanza giovanilistica, la stessa freschezza che si trovava nei primi dischi dei Beatles. Non solo: anche la capacità di creare melodie di facile presa ma non vacue, eccitanti e mai leggere che era propria dei “Fab Four” era la stessa ( ovviamente i punti in comune tra i due gruppi si limitano a questo: non c’è nessuna analogia tra il valore artistico degli uni e quello degli altri né potrebbe esserci, nessun paragone tra il successo degli uni e quello degli altri né potrebbe esserci… ). Bestemmie o no, resistere ad un trittico iniziale formato da “Jaqueline“, “Tell her tonight” e “Take me out” per me è pressoché impossibile ed è solo un quarto della scaletta. E’ un disco, questo, che mi ha conquistato e mai più lasciato, a differenza dei lavori successivi del gruppo.

Mi piaceva l’idea di avere questo disco in LP anche se nel 2004 il vinile non era stato ancora del tutto “resuscitato”. La confezione comunque non offre molto: ci sono i testi ed una foto della band…


Polly Paulusma – “Scissors in my pocket”

Sembrava essere uscito dal niente questo “Scissors in my pocket“, nel mezzo di un decennio che pareva essere preso da tutt’altre suggestioni che non fossero il Folk e la canzone d’autore come si intendeva una volta. E sembrava essere uscita dal niente o meglio da un altro tempo anche la sua autrice, Polly Paulusma ( in copertina anche le indicazioni su come leggerne il nome… ), una sorta di Nick Drake pacificato, di John Martyn ancora più intimo, soprattutto una nuova Laura Nyro che però cantava con uno stile che a me ha sempre ricordato maggiormente Edie Brickell che non – per dire – Joni Mitchell. “Scissors in my pocket” è un album che ho scoperto con piacere, ho dimenticato, ho riscoperto qualche anno fa e ad un nuovo ascolto ho trovato ancora bello, fresco, delicato e forte insieme anche se, in alcune tracce, un po’ noioso.

Bella copertina che sembra un quadro; l’interno possiede la stessa sgranata eleganza, con i testi posti come se fossero strisce di un fumetto.


Elliott Smith – “From a basement on the hill”

Vado a memoria ma mi pare che un album postumo di un musicista non sia mai stato il suo migliore: con Elliott Smith invece, per come la vedo io, è andata proprio così. Nessuno saprà mai, probabilmente, quali sono state le cause del suicidio ma mi viene difficile pensare che il motivo sia legato alla sua vita artistica, per lo meno per quanto riguarda la creazione delle canzoni, perché se è vero che di dischi buoni Elliott Smith ne aveva già pubblicati parecchi, è ancor più vero che le canzoni dell’album che stava ultimando erano le sue migliori. Non ne ricordo, nei dischi precedenti a questo, di così ispirate ( “Let’s get lost” ), potenti e liriche insieme ( “Coast to coast” ), in possesso di un’allegra malinconia ( mi si passi l’ossimoro ) come “Pretty ( ugly before )“, realizzate con una produzione minimale ma piena, completa. E tutte insieme in un unico disco, una dietro l’altra senza interruzioni a comporre una lista di quindici brani per quasi un’ora: in una parola, un miracolo. Un miracolo che mette tristezza, però…

Doppio LP apribile; all’interno, però, non c’è molto, a parte degli stralci di testi poco comprensibili e le annotazioni.


Toots & The Maytals – “True love”

Se quella operata da Toots Hibbert ed i suoi Maytals con questo “True love” doveva essere un’operazione di vernissage, beh, direi che è assolutamente riuscita: a rifare brani che sono tra i più classici del Reggae accanto ai Maytals ci sono nomi di personaggi vecchi ( Eric Clapton, Keith Richards ) e nuovi ( No Doubt, Ryan Adams ) e di tutte le provenienze musicali, sia dello stesso Reggae ( Bunny Wailer, U Roy ) che non ( Jeff Beck, Shaggy, Willie Nelson, i Roots ). Non è però questa la solita parata di stelle, una lista di nomi noti che se non li leggi non ti accorgi che ci sono; piuttosto sono vere collaborazioni, quale più quale meno tutte riuscite, con musicisti che vanno ad interpretare, cambiandoli quel tanto che basta, i brani originali. Disco che mi è sempre piaciuto, oltre che per la bontà delle esecuzioni, anche e forse soprattutto per la freschezza che emana.

Libretto non corposo ma, nonostante questo, molto ricco di annotazioni sia sul gruppo che sui vari ospiti coinvolti. Ovviamente i musicisti sono presentati canzone per canzone…


Wilco – “A ghost is born”

Per me la vetta artistica di Jeff Tweedy e dei suoi Wilco non è da ricercarsi nel precedente e pur ottimo “Yankee Hotel Foxtrot” bensì qui. L’album precedente era stato una svolta, l’inizio di una nuova fase della carriera dei Wilco ed è giusto attribuirgli l’importanza che meritano quello opere che costituiscono un momento di rottura ( a scanso di equivoci: “Yankee Hotel Foxtrot” era anche un ottimo disco… ). E’ qui però, su “A ghost is born“, che per me si trovano le canzoni migliori della nuova e più interessante strada intrapresa dai Wilco ( tutte tranne una: se questo per Jeff Tweedy, gran fan di John Lennon, è il suo “Album bianco”, “Less that you think” è la sua “Revolution 9″… ), è qui che la musica ti scava dentro, devastandoti e non lasciandoti scampo. Lo fa già a partire dall’iniziale “At least that’s what you said” e poi continua, senza pietà, con “Hell is chrome“, con “Handshake drugs“, con “Wishful thinking“… Non è sempre facile avere a che fare con questo disco, ma per me è uno dei migliori dell’intero decennio.

La versione dell’LP che posseggo ha la copertina diversa da quella poi passata come definitiva ( forse una è la copertina del CD e l’altra dell’LP ma non ne sono sicuro ). Ad ogni modo la confezione è elegante, con le buste interne contenenti i testi su sfondo avorio classicheggiante.


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Dischi posseduti 2005

Qualche vecchio classico e qualche giovane interessante tra i miei dischi del 2005, acquistati grosso modo in egual misura. Nella lista che segue ho inserito entrambi, quindi, dando spazio alle sorprendenti prove di McCartney e Rolling Stones tra i primi, al fenomeno ( più per quello che hanno generato che per il disco in sé ) Clap your hands say yeah, ai già famosi Franz Ferdinand ed agli sconosciuti Rakes tra i secondi.

Clap your hands say yeah – “Clap your hands say yeah”

Uno sfondo giallo Cranberries su cui sono disegnati dei bambini sgraziati, quasi deformi: la copertina di questo debutto dei Clap your hands say yeah, a ben vedere, rappresenta bene la musica contenuta nel disco, un indie pop tutto chitarristico, sognante, fisico, imperfetto come la stonatissima voce del cantante nonché deus ex machina del gruppo ma pure, in qualche modo, tenera, dolce. E’ probabile che questo disco non avrebbe avuto l’eco che ha avuto se non fosse stato recensito ed incensato, quando ancora non era stato stampato ma solo messo in circolazione in rete, dalla allora neonata piattaforma di divulgazione musicale Pitchfork, decretando così la fortuna del disco ma pure quella della stessa Pitchfork; sta di fatto che successo fu e per me fu anche meritato anche se, ovviamente, l’album è un figlio del suo tempo e non certo un lavoro in grado di durare anni e generare epigoni…

Striminzito libretto di due pagine ( non ci si poteva aspettare altro da un lavoro di questo tipo… ) con i testi e le annotazioni, sempre tutto su sfondo giallo ocra. Foto zero…


Franz Ferdinand – “You could have it so much better”

Non mancava niente in questo secondo lavoro dei Franz Ferdinand rispetto all’esordio di un anno prima, niente tranne una cosa: la magia. Le canzoni di “You could have it so much better” erano carine, qualcuna ( la conclusiva “Outsiders“, ad esempio ) pure un qualcosa di più, ma quell’inspiegabile capacità di attirare l’attenzione fin dal primo ascolto, quell’innata dote di coniugare melodie ammalianti e ritmi irresistibili che avevano le canzoni del disco omonimo qui non ci sono più. Rimane, questo, un album di tutto rispetto, per lo meno nell’ambito della musica del periodo, ma la storia i Franz Ferdinand per me l’hanno fatta con un disco solo…

Il libretto del CD è strutturato come se fosse un compito in classe a scuola, quindi con le pagine che sembrano fogli protocollo e la scrittura in bella calligrafia ed in corsivo. Unica caratteristica per cui si fa ricordare…


Paul McCartney – “Chaos and creation in the backyard”

Salutato fin dalla sua uscita come uno dei dischi migliori di Paul McCartney, questo “Chaos and creation in the backyard“, riascoltato dopo diversi anni, dimostra di meritare gli entusiasmi iniziali, appena di pochissimo stemperati. Sobrietà produttiva, ispirazione un po’ sopra il livello medio, qualche concessione alle sperimentazioni ( il finale di “Anyway” ), tante melodie azzeccate. “Fine line” è un inizio dal piglio sicuro, “Jenny Wren” è la nipote di “Eleanor Rigby” mentre, sempre rimanendo dalle parti di “Revolver“, “English tea” è una diretta discendente per clonazione di “For no one”. Ai tempi dei Beatles McCartney cantava di come si vedeva when i’m sixty-four; giunto grosso modo a quell’età ( un anno di meno ) forse neanche lui si sarebbe aspettato di realizzare un disco così, soprattutto dopo che per tanti, troppi anni i suoi album erano stati di livello ben più basso di questo…

Confezione molto curata e ben fatta, degna del disco che contiene. La tasca dove alloggia il CD ( è in digipack, servisse dirlo… ) ha un’apertura circolare che permette di leggervi le note, come si trattasse di un vinile; il libretto è attaccato ( pinzato, non incollato… ) alla custodia e contiene i testi e le note sui musicisti per ogni canzone ( dico musicisti, al plurale, perchè ogni tanto in effetti c’è qualcun altro che suona con Paul, ma in definitiva fa quasi tutto lui… ). Tenera, infine, la foto di copertina…


The Rakes – “Capture/release”

Conobbi i Rakes nel 2006 quando fecero da apertura ad un concerto dei Franz Ferdinand, mi piacquero abbastanza ed allora decisi di procurarmi il disco, che allora era l’unico dei comunque pochi che hanno poi realizzato. Mi sembravano discreti ma troppo poco personali, troppo nella scia degli stessi Franz Ferdinand; li ho ascoltati poco, li ho ripresi dopo una decina di anni e poi li ho riascoltati ora, ma l’impressione è sempre la stessa, al limite posso aggiungere qualche altro gruppo a cui si possono accostare ( i Bloc Party… ) oltre a quello già citato, che comunque rimane di un’altra categoria. Il loro quarto d’ora di celebrità l’hanno avuto; di più, sinceramente, sarebbe stato troppo..

Il libretto del Cd contiene le note sui musicisti, qualche foto di paesaggi urbani tipo quella di copertina ed i ringraziamenti. Ecco, la cosa che meno sopporto in un disco sono i ringraziamenti…


The Rolling Stones – “A bigger bang”

Otto anni passati dal disco precedente, i sessant’anni superati da un pezzo, l’artrite di Richards ( chi avrebbe mai detto che, con tutto quello che ha combinato e che ha passato, Keith Richards si sarebbe dovuto preoccupare pure per l’artrite !? ), un album di Mick Jagger che di certo non aveva acceso nessun entusiasmo; e poi ancora le canzoni inedite inserite nella raccolta per celebrare i cinquant’anni di attività, canzoni a mala pena mediamente discrete, per finire un live piuttosto deludente. Insomma, le premesse per un passo falso, per i Rolling Stones intenti a pubblicare il loro nuovo album, c’erano tutte. E invece… E invece gli Stones tirano fuori un album senza fronzoli, un disco tutto Rock’n’roll, Blues, ballate, Funky e Soul, un lavoro dove, con poche eccezioni, tutto quello che si sente proviene da loro quattro ( c’è pure Mick Jagger al basso ! ). “A bigger bang” è forse un po’ troppo lungo ed un po’ troppo monocorde, almeno nel suono, ma contiene alcune buone canzoni ( il rockaccioRough justice“, la ballata “Streets of love“, il Blues “Back off my hand“, la conclusiva “Infamy“… ) e sarebbe stato un buon modo per terminare la loro avventura: non fu così, purtroppo in un certo senso, per fortuna in un altro…

Il libretto del Cd contiene i testi ( scritti in verticale… ) con i musicisti canzone per canzone, più una foto. Stessa cosa nella versione in LP, dove però i testi sono stampati in una busta che può essere utilizzata in alternativa alla solita bianca. L’ LP proviene dal cofanetto uscito qualche anno fa contenente i dischi da studio cha vanno dal 1971 al 2016 ( vedi terza foto ) e che è costato un rene; l’altro rene era già stato impiegato per l’acquisto dell’altro cofanetto, quello con i dischi dal 1964 al 1969…

Ecco un gesto che apparirà incomprensibile ai più giovani…

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Dischi posseduti 2006

La bomba “Rehab” e lo splendido disco di Amy Winehouse che la conteneva, d’accordo; il mio 2006 però, sempre limitandomi ai dischi usciti in quell’anno, è stato spesso poi caratterizzato da album di gente già affermata ( proveniente, cioè, da un periodo che va dagli anni Novanta ai Cinquanta ) mentre i cosiddetti ggggiovani mi hanno spesso deluso o al meglio non entusiasmato. Tra i dischi che ho acquistato, comunque, ho inserito in questa lista di cinque album sia gli uni che gli altri.

Belle and Sebastian – “The life pursuit”

A dieci anni dall’esordio i Belle and Sebastian erano ancora al top dell’ispirazione o poco di meno. Non c’era più Isobel Campbell e forse anche per questo qualcosa in delicatezza, qualche particolare lavorato di cesello si era perso, però in compenso in questo “The life pursuit” c’è una fisicità maggiore del solito senza che la qualità venga meno, si balla di più, c’è più Rock, anzi, più Roll rispetto ai lavori precedenti che comunque tranquilli non erano, ma soprattutto non mancano le melodie che hanno fatto la fortuna della band ( gli echi sixties di “We are the Sleepyheads“, ad esempio ). Quanto avrebbero realizzato in futuro non sempre mi sarebbe piaciuto, ma fino a qui, per me, i Belle and Sebastian erano stati poco meno che perfetti.

Il libretto del CD è bello corposo perchè, oltre ai testi ed alle annotazioni, sono riportati ( caratteristica che, a memoria, non ricordo abbia avuto nessun altro disco prima ) gli scambi di corrispondenza via mail tra i componenti del gruppo ed i loro fans, con questi ultimi che fanno domande di vario tipo ed i primi che, pazientemente ma non senza ironia, rispondono. Una simpatica curiosità…


Bob Dylan – “Modern times”

Riascoltando questo ormai vecchiotto disco di Bob Dylan mi sono domandato il motivo per cui io non l’abbia mai considerato molto. Non ha niente che non vada infatti, “Modern times” ( titolo ironico visto che di moderno o di attuale nei dischi di Dylan ormai da alcuni anni non c’era più niente… ): non il suono, ben curato, non le canzoni le quali, con qualche brano un po’ noioso a fungere da eccezione, sono tutte buone con punte di eccellenza in due o tre pezzi tra i quali a me piace citare, più degli altri, “Nettie Moore“.

Comprai il disco appena uscito e siccome mi capitò tra le mani l’edizione deluxe decisi di non lasciarla cadere… La confezione è un po’ più grande di quelle normali, ha la copertina cartonata molto spessa, si apre come un vero album, all’interno ci sono foto ed annotazioni. Soprattutto, però, questa versione deluxe contiene un DVD aggiuntivo con quattro video di alcuni brani dell’allora recente passato di Dylan.


Getatchew Mekuria & The Ex – “Moa anbessa”

Volendo stilare una lista dei dischi più pazzeschi ( leggi: imprevedibili, fuori dagli schemi, naif… ) che siano mai stati realizzati sono sicuro che questo “Moa anbessa” di quella lista farebbe parte. Si perché è difficile trovare un album dove a suonare insieme sono un saxofonista etiope di settant’anni ed un gruppo punk olandese ! Pazzesco il progetto e pazzesca la musica contenuta nell’album, musica che può rimandare a Coltrane ma che poi prende strade che sembrano inesplorate, che non è facilissima e quindi non è adatta ad un ascolto quotidiano ma che è sempre fisica, molto dinamica. “Moa anbessa”, per me, è stata una delle maggiori sorprese di un decennio che, per altri versi, ho trovato spesso troppo prevedibile.

WARNING: qui si esagera ! Nella busta interna del disco non c’è niente; il motivo? Il motivo è spiegato nella seconda foto: l’album contiene infatti un vero libro con la storia di Getatchew, la genesi del disco, varie annotazioni e soprattutto tante ma tante foto. Mai trovato niente di simile in un disco, a parte nelle edizioni ultra lussuose ed iper costose dei vari anniversari. Splendido.


The Raconteurs – “Broken boy soldiers”

I Raconteurs sono stati una sorta di supergruppo ma è difficile non vederli come una specie di dopolavoro di Jack White. Rispetto ai White Stripes sono più canonici ( basso e batteria regolari… ) ma soprattutto a rendere normale ( nel senso di non eccezionale, di simile a tante altre cose ) il progetto è la qualità della scrittura, che non supera mai un livello discreto ( né va mai sotto… ); fa forse eccezione l’iniziale “Steady as she goes“, che è l’unico brano del disco che mi sia mai entrato in testa ed anche riascoltando l’album è l’unico che ricordo.

Normale CD con qualche foto all’interno ma in sostanza abbastanza avaro. Ce ne faremo una ragione…


Amy Winehouse – “Back to black”

Ogni volta che ascolto “Back in black” ( cosa non rara, per altro… ) ancora, egoisticamente, mi monta la rabbia: ma è possibile che proprio quella che ritenevo la stella più luminosa della sua epoca, l’artista che più di ogni altra era riuscita a coniugare ( e l’aveva fatto proprio con questo disco ) una qualità sublime con una disarmante facilità di penetrazione commerciale, proprio Amy Winehouse quindi dovesse andarsene così presto e in quel modo? Ci rimane questo album, questo splendido diamante imperfetto ( chissà quanti ce ne siamo persi, però… ), questo esempio di Soul / Pop nero cantato da una bianca e contaminato con tante delle musiche che, dall’epoca d’oro della musica Soul, sono uscite, dal Reggae all’Hip-hop. E ci rimangono delle canzoni ( la stra celebre “Rehab“, la title track e tante altre ) che per una volta non è retorico definire indimenticabili.

Non potevo non avere in LP questo disco che sapeva essere attualissimo per il suo tempo e contemporaneamente vicino all’epoca classica della musica Soul. La busta interna contiene i testi e belle foto.


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Dischi posseduti 2007/2008

Eccezione che credo e spero rimanga unica in questa serie di post in cui parlo di cinque o dieci o più album che appartengono ad un dato anno e che ho scelto di acquistare, questa lista contiene cinque titoli presi da due anni anziché uno. Eh si perché quello che mi sembrava impossibile che accadesse ( e che oggi mi sembra impossibile che sia accaduto ) e cioè che per un periodo io perdessi quasi completamente interesse nella musica accadde in parte nel 2007 e soprattutto nel 2008 per cui, in quegli anni, ascoltai non molti dischi e soprattutto pochi ne comprai ( e pochi ne ho comprati in seguito, di quei due anni… ). Mettendo insieme due annualità, invece, è tutto molto più semplice: ci sono qui il mio disco preferito del 2007 e quello del 2008, alcuni titoli che non avrei mai potuto non acquistare ed uno che invece avrei potuto tranquillamente continuare ad ascoltare “on the air”.

Black Mountain – “In the future” ( 2008 )

E’ un disco di altri tempi questo, altro che “In the future“: si fosse chiamato “In the past” avrebbe reso meglio l’idea ma non perché si tratta di un disco passatista, quanto perché i riferimenti sono importanti, ben calibrati e tutti prevenienti dalla prima metà degli anni Settanta senza che, però, questo sappia di déjà vù, di stantio, di riciclato. Ci sono l’Hard e la tarda Psichedelia, ci sono accenni Progressive ( pochi, ché altrimenti il disco non mi piacerebbe… ) e atmosfere malsane, ritmi coinvolgenti e melodie azzeccate ma soprattutto c’è una profondità di suono che, per l’appunto, era tipica del Rock duro dei Settanta. Per un po’ di anni i Black Mountain sono stati una sicurezza.

Visto il tipo di disco che è, “In the future” me lo vedevo bene in LP ed infatti: doppio vinile 180 grammi, bella copertina, le premesse per un prodotto ottimo nella confezione quanto lo era nel contenuto c’erano tutte. Alla fine, però, un po’ di delusione c’è stata perchè le buste interne sono anonime, il foglio con i testi è striminzito e la foto di interno copertina è un disegno superfluo. Quisquiglie, comunque.


Coldplay – “Viva la vida or death and all his friends” ( 2008 )

Eh niente… Non c’è niente da fare: ogni volta che riascolto ( non capita molto spesso, per la verità ) questo disco dei Coldplay rimango freddo, non mi accende, non mi dice niente. Un Pop Rock poco Rock e neanche molto Pop fatto di ballate avvolgenti sempre puntellate dalle orchestrazioni, un tentativo riuscito ma che a me – come detto – non piace granché di suonare musica Rock ( la si chiami come si vuole… ) come se fosse la Classica, più che di ibridare i due mondi come avevano fatto altri in passato. Canzoni carine, ma si, per carità: un “Satanic majesties” suonato dalla generazione dei bimbominchia ! Poi però c’è lei. Si, la title track, la canzone dei Coldplay che conoscono tutti, un brano che non ha niente di diverso dalle altre contenute nel disco a parte una melodia irresistibile nella sua tristezza e scusate se è poco. “Viva la vida” è stata la colonna sonora di un piccolo pezzo della mia vita ed allora un posticino di riguardo pure per i Coldplay lo devo riservare…

La migliore resa sonora del Cd in confronto al formato Mp3, d’accordo e non è poco. Ma poi per quale altro motivo uno dovrebbe acquistare il disco? Per i testi? In “Viva la vida…” non ci sono. Per le foto? In “Viva la vida…” non ci sono ( in compenso ci sono dei disegni, degli schizzi del tutto inutili ). Ma l’ho pagato molto poco e quindi non mi lamento…


John Fogerty – “Revival” ( 2007 )

Eh va bene, le canzoni sono sempre quelle, il suono è sempre quello, lo stile idem: ma cosa si vuole pretendere, di trovare forse il futuro del Rock’n’roll in un disco di John Fogerty del 2007? “Revival” ( titolo appropriato ma se fosse stato “Survival” sarebbe stato appropriato lo stesso… ) è un buon disco, senza picchi ma pure senza cadute. Forse qui Fogerty appare un po’ imbolsito, non proprio freschissimo e dinamico ma pazienza: averne di gente così…

Nella busta interna sono stampati i testi in carattere Western, lo stesso usato per il fronte ed il retro della copertina: una scelta che ben si adatta alla musica che contiene il disco.


The Rolling Stones – “Shine a light” ( 2008 )

Ha ragione Mick Jagger: “Shine a light“, il film, è a tratti un po’ palloso. Solo che il film di Martin Scorsese sui Rolling Stones è in buona compagnia perchè non ricordo un film musicale ( escludendo i biopic che sono un’altra cosa ), da “The last waltz” in giù, che non risulti almeno un po’ noioso. Il fatto è che la trasposizione di un’esibizione live al cinema o peggio in televisione fa perdere il feeling che si prova assistendo per l’appunto ad un concerto ed ancora di più si perde in dinamicità, il tutto diventa troppo statico per riuscire ad incollare lo spettatore allo schermo per due ore. Detto questo, bisogna poi dare a Scorsese ciò che è di Scorsese ed ammettere che, per quanto possibile, il regista ha fatto un buon lavoro. Così come, del resto, lo hanno fatto i Rolling Stones, che si dimostrano in palla ( il concerto è del 2006, quindi prima che Keith Richards cadesse dalla famosa palma… ) eseguendo buone versioni dei loro pezzi che non sempre sono le hits, anzi; in un caso, poi ( “Faraway eyes” ) il gruppo offre una versione migliore dell’originale, cosa che negli anni Duemila ormai per loro rappresentava una rarità…

Confezione del CD un po’ diversa dal solito formato ( ma pur sempre della solita plastica si tratta… ) contenente i due dischi alloggiati uno dietro l’altro, come spesso accade. Il libretto mostra delle splendide foto ( tratte dal film ovviamente ) e contiene un lungo commento di Scorsese.


Wilco – “Sky blue sky” ( 2007 )

Il discorso qui è molto semplice: io di “Sky blue sky” non posso fare a meno. Si, va bene, è anche l’ultimo grandissimo disco dei Wilco, un capolavoro che è tale pur non contenendo particolari novità rispetto a quanto già sentito da parte del gruppo di Jeff Tweedy e lo è, un capolavoro, per la semplice ragione che allinea dodici canzoni quasi tutte di una bellezza infinita che se ce ne fosse anche soltanto qualcuna di questo livello nei successivi dischi dei Wilco ci sarebbe da rallegrarsene ma non ci sono quasi mai. Ma no, il motivo per cui “Sky blue sky” è un album per me irrinunciabile ( l’ultimo, ad oggi, di cui posso dire veramente questa cosa ), da isola deserta e non solo se in quell’isola di dischi ne portassi duecento ma pure se ne portassi dieci o venti, è un altro. E’ che in questi solchi ( in “Either way“, in “Impossible Germany“, in “You are my face“, in “On and on and on” e basta, ché mica posso citarle tutte! ) c’è, alle mie orecchie almeno, quel qualcosa di indefinibile, quella magia – se si vuole chiamarla così – che sa trasformare una sequenza di note in materia viva, che rende un pezzo di plastica un tuo compagno di viaggio. E’ questo un disco, insomma, che come pochi altri mi ha fatto sentire vivo.

Bella versione in doppio LP ( che in CD sarebbe singolo ), con foglio dei testi e foto della band al lavoro nell’interno di copertina. E a proposito di CD: c’è un dischetto allegato al vinile ma è solamente una selezione di tre brani!!! Scelta incomprensibile che non ho riscontrato in nessun altro disco.


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Dischi posseduti 2009

Nel 2009 tornavo ad ascoltare un certo numero di dischi dopo che per un anno o due avevo perso interesse nella musica ( ebbene si: mi è capitato, una volta nella vita… ) e di conseguenza tornavo ad acquistare qualcosa. Soprattutto, nel 2009 tornavo a comprare i dischi in LP, pratica che, con qualche eccezione, avevo abbandonato da diciassette anni: l’ultimo disco nuovo acquistato in LP era stato “Good as i been to you” di Bob Dylan, nel 1992, il primo che sono tornato a comprare in LP è stato “Christmas in the heart” di Dylan: vedi il caso…

Brother Ali – “Us”

Un album di Hip-hop che diventa il mio disco preferito di un anno? Strano a dirsi eppure nel 2009 è successo. Il fatto è, però, che questo “Us” di Brother Ali è si un album di Hip-hop ( con tanto di investitura di Chuck D in “Brothers and sisters“, intro di quel pezzo della Madonna che è l’iniziale “The preacher” ) ma non è solo questo: c’è tanto Soul in questi solchi ( dico “solchi” perché mi piacerebbe considerarlo in Lp ma già ho faticato a trovarlo nell’edizione originale in CD, quindi non pretendo… ), c’è anche del Funky, è molto suonato, ci sono ritmi che non ti consentono di stare fermo e melodie che non scordi ( “Fresh air“: aria fresca in tutti i sensi ) e che non sono così usuali da trovare nei dischi Hip-hop ( purtroppo nemmeno in altri dischi di Brother Ali, sia precedenti che successivi a questo ), ci sono testi che affrontano la questione razziale da un’angolazione pressoché unica visto che il loro autore, essendo albino, non è “tecnicamente” né bianco né nero ( e per questo da giovane è stato inviso da entrambi… ). E’ un disco illuminato, “Us”, un album che possiede quel soffio vitale che ormai è merce più che rara, quasi estinta.

Ah, che soddisfazione è stata avere per le mani la versione originale in CD di “Us” di “Brother Ali”, dopo che per dieci anni l’ho avuto solo in formato “liquido”! Copertina digipack bella “cicciosa” col fronte in rilievo ( anche se dalla foto questo non si vede ) e contenente un foglio piegato tre per tre con da una parte il disegno della copertina e dall’altra i testi e le annotazioni. Tutto bellissimo: il contenuto ed il contenitore.


Bob Dylan – “Christmas in the heart”

Together through life“, il disco che Bob Dylan aveva pubblicato all’inizio del 2009, non era riuscito a far vibrare le mie corde, nonostante fosse un lavoro discreto. Poco prima di Natale, poi, Dylan aveva realizzato un album per beneficenza in cui rifaceva le classiche canzoni di Natale e la mia reazione alla notizia non fu esattamente di eccitata felicità: un Dylan non al massimo dell’ispirazione, non più giovane e quindi maggiormente incline al sentimentalismo, che rifà le classiche canzoni natalizie era quanto di più stucchevole ci si potesse aspettare. Ma siccome l’arte in cui Dylan da sempre maggiormente eccelle è lo stupire, anche in questo caso è riuscito a far ricredere molti ( altrettanti altri hanno preferito continuare ad essere prevenuti relegando il disco in qualche angolo buoi della sterminata discografia dylaniana ), realizzando un album di buoni sentimenti ma che, grazie all’accurata produzione, non risulta stucchevole. E così le canzoni di “Christmas in the heart” piacciono, riscaldano e possono essere ascoltate senza problemi anche fuori dal contesto natalizio anche se io, banalmente, preferisco ascoltarle proprio sotto Natale. Che stia invecchiando anch’io ?

Essenziale ma completa di tutte le annotazioni necessarie la versione in LP di “Christmas in the heart”. Come è ormai di consuetudine, i dischi di Dylan hanno una confezione ordinata, ben fatta, come deve essere per un artista che non è più esattamente un ragazzino. Il disco contiene anche la versione in CD, infilato in una semplice bustina ( vedi foto ).


Farinei ‘dla Brigna – “Vint”

I Farinei ‘dla Brigna, ormai storico gruppo piemontese autore di canzoni che una volta si dicevano demenziali, arriva al traguardo dei vent’anni di attività, anche se la formazione non è sempre stata la stessa, anzi. Per l’occasione ritorna ad occuparsi del progetto Fabrizio Rizzolo, vero deus ex machina del gruppo ma che da tantissimo tempo non suona più con loro, salvo eccezioni. Il risultato è eccellente: la formazione schierata è forse la migliore che i Farinei abbiano mai avuto, le canzoni sono ottime anche se, per forza di cose, non diventeranno mai famose come quelle classiche, produzione e suono sono praticamente perfetti ( sentire “Sun sop” per credere ). Il treno per il successo vero, per i Farinei, era già passato tanti anni prima, ma un disco così avrebbe sicuramente meritato un successo che andasse oltre i confini regionali.

Rispetto ai dischi della gioventù, realizzati con pochi mezzi e poca esperienza, questo “Vint” non lascia niente al caso, sia per quanto riguarda la musica che per la confezione. Il libretto contiene i testi ( necessari per chi non mastica il piemontese ) e delle belle fotografie di ogni musicista.


Cate Le Bon – “Me oh my”

L’esordio di Cate Le Bon sa essere al tempo stesso acerbo e maturo: ci sono infatti, com’è naturale che sia, riferimenti a nomi del passato, ma c’è anche, in questo “Me oh my“, una personalità di scrittura e di arrangiamento non usuale per un’artista agli esordi. La struttura dei brani è prevalentemente acustica anche se spesso la strumentazione usata è elettrica; ci sono meno “storture” melodiche di quelle che si troveranno nei dischi successivi ma l’impostazione delle canzoni non è mai convenzionale, pure per quei brani che meglio rientrano sotto il termine “Rock”. Già in questo esordio di ormai tanti anni fa la signorina dimostrava che avrebbe meritato un successo molto maggiore di quello, modesto, ottenuto. Una luce nuova nel panorama musicale, luce che per me avrebbe brillato almeno fino ad oltre la metà del decennio successivo.

La versione dell’LP che posseggo io è la ristampa del 2015 che, come si vede, ha una copertina diversa ( il motivo di tale scelta mi sfugge… ); inoltre la busta che contiene il vinile è bianca ed anonima, come tutte quelle delle ristampe.


Wilco – “Wilco ( The album )”

Quando uscì questo disco del 2009 i Wilco erano la miglior band in circolazione ( vabbè, c’erano anche quei trita palle dei Radiohead ma lasciamo perdere… ): arrivavano da un decennio in cui avevano pubblicato solamente grandi dischi ( “Summerteeth” ) quando non capolavori ( “Yankee Hotel Foxtrot” è il più celebrato, “A ghost is born” è quello che io ritengo essere il migliore, “Sky blue sky” quello a cui sono maggiormente affezionato ) e quindi l’attesa per il nuovo disco era grande. Dire che “Wilco ( The album)” sia stata una delusione è eccessivo; sicuramente però è stato questo il primo di una serie non ancora terminata ( e che probabilmente non terminerà, anche se ultimamente sembra esserci stata una controtendenza ) di album in cui i Wilco non hanno detto più niente di nuovo e quanto avevano da dire non l’hanno più detto con la stessa convinzione, energia, creatività dimostrate nell’ormai non più recentissimo passato. La sensazione che mi ha sempre dato ( e che continua a darmi ) è che i Wilco qui fossero stanchi, demotivati, che andassero avanti col pilota automatico. Niente di indecoroso, anzi; si tratta comunque di un lavoro più che discreto. Un lavoro, appunto.

La particolarità di questa versione in vinile dell’album omonimo dei Wilco ( particolarità che mi pare di avere già riscontrato in altri dischi ma non ricordo quali; forse altri degli stessi Wilco… ) è che all’interno vi è una busta, alternativa alla solita bianca, comprensiva di varie foto, per cui si può scegliere in quale delle due alloggiare il vinile ( naturalmente queste sono accortezze senza le quali non si perde il sonno ma vabbè… ). L’interno di copertina contiene una bella foto del gruppo ed i testi. Come si vede, la versione in CD allegato all’LP riporta la stessa copertina e non è, quindi, la solita bustina anonima.


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Dischi posseduti 2010

Tra i dischi del 2010 che ho acquistato ho inserito nella lista un nuovo esponente del Soul, una conferma che per me fu abbastanza importante, un ritorno abbastanza sorprendente, una collaborazione non così scontata ed un’affermazione di classicità da parte di un autore che, a mio avviso, a quei livelli non si esprimeva da tempo ( detti in ordine sparso e non nell’ordine in cui ho stilato la lista… ). Uno o due di loro sono tra i miei album preferiti di un decennio, gli anni Duemila ( chiamiamoli così, ché dire “anni Zero” è veramente brutto anche se per certi versi è azzeccato ), che terminò nel 2010 di certo non con il botto…

Aloe Blacc – “Good things”

Il Soul degli ultimi venti / venticinque anni per me ha spesso deluso: troppe stelline, troppa pulizia, troppe poche viscere, troppa poca anima ( chi ha detto Joss Stone ? ). Poi ci sono delle eccezioni, ovviamente, eccezioni che si chiamano Amy Winehouse o magari anche Aloe Blacc. A me “Good things” è piaciuto ( con qualche riserva ) pur avendo in parte i difetti del Soul del periodo: è, cioè, molto pulito, perfetto, tecnico e poco viscerale ( un Soul in frac, come è Aloe Blacc nella copertina dell’album ), verrebbe da definirlo scolastico. Lo salvano la scrittura e la produzione soprattutto, ma anche un eclettismo grazie al quale dentro ci si possono trovare cose diverse, perfino un’improbabile e riuscita cover di “Femme fatale” dei Velvet Underground.

Doppio Lp ( in Cd l’album è singolo… ) con copertina non apribile; le buste interne sono bianche… Insomma, potevano sforzarsi un po’ di più per confezionare questo disco… L’avrebbe meritato…


Black Mountain – “Wilderness heart”

Altro grande disco per i Black Mountain, questo “Wilderness heart“, due anni dopo quel “Into the future” che rimane però il loro capolavoro. Rispetto all’album precedente qui si attenua un po’ l’anima psichedelica della band in favore di quella Hard ( ed in minima parte anche di quella Folk ), con parecchi rimandi pure al Grunge ( Foo Fighters, Smashing Pumpkins… ) e le tastiere che mi ricordano quelle dei Deep Purple. Non è però, questo, un Hard di grana grossa come sarà parecchi anni più tardi “Destroyer”, un album che, al contrario, sarà privo di quelle raffinatezze e di quell’attenzione ai particolari presenti invece qui. L’inizio con “The hair song” è fulminante, poi si cala di poco rimanendo sempre su ottimi livelli. Alla faccia di chi, già dieci e più anni fa, sosteneva che di dischi come quelli di una volta non se ne facevano più…

CD digipack non eccezionale ma buona, con i testi stampati nella copertina apribile in tre.


Massive Attack – “Heligoland”

Ritorno con i soliti tempi biblici per i Massive Attack ( o quel che ne rimane… ): tre anni dal primo al secondo disco, quattro dal secondo al terzo, cinque tra il terzo ed il quarto. Per “Heligoland” si è dovuto aspettare sette anni ma ne è valsa la pena: questa volta infatti, a differenza di quanto avvenuto col disco precedente, per me parzialmente deludente, i risultati sono buoni. A giudicare dalla prima canzone direi addirittura ottimi, ma ho sempre trovato il proseguo del lavoro leggermente inferiore all’incipit rappresentato da “Pray for rain” per cui per tanto tempo io ho identificato “Heligoland” quasi esclusivamente con la sua prima canzone. Nel complesso, comunque, come detto i risultati sono buoni anche se ovviamente, a quasi vent’anni dall’esordio, non ci sono più grandi novità.

Normalissimo CD. Come aggravante c’è il fatto che il libretto riporta dei disegni e delle scritte del tutto incomprensibili e solo alla fine le annotazioni dei musicisti coinvolti ma non canzone per canzone. Una trovata “artistica” per me discutibile…


Tom Petty & The Heartbreakers – “Mojo”

In rete, tra i vari youtuber, c’è gente che, nel mettere in lista i dischi di Tom Petty dal peggiore al migliore, pone questo “Mojo” piuttosto in fondo alla classifica. Devo ricordarmi di scrivere a costoro affinché mi suggeriscano lo spacciatore a cui rivolgermi per poter fare anch’io dei viaggi simili, cosa che neanche Jerry Garcia nel 1969. Nel motivare le loro scelte, poi, costoro sostengono che a loro “Mojo” non piace perché “è troppo rock“… Mi viene in mente una vecchia intervista a Julian Cope il quale sosteneva che a lui i Rolling Stones piacevano poco per lo stesso motivo, perché erano “troppo rock”… Come dire che il vino non mi piace perché sa troppo di vino, ecco… Per me “Mojo” è l’album che inaugura ( in realtà c’era già stata in precedenza la prima prova dei Mudcrutch, l'”altro” suo gruppo ) la nuova giovinezza di Tom Petty, purtroppo interrottasi sul più bello causa decesso: un disco di Rock Blues scatenato, tutto riff e assolo, con le chitarre sature e dal suono scintillante ( c’è ancora qualcuno che considera Mike Campbell solamente il chitarrista di Petty ? ). Un disco forse un po’ troppo lungo ( 68 minuti: qualche canzone avrebbe potuto restare fuori, qualche altra avrebbe potuto essere “sforbiciata” un pochino, in effetti… ) ma che allinea un bel numero di grandi pezzi ( io 3 minuti e 36 secondi per far spazio a “I should have know it” li troverei in ogni raccolta di Petty ) e che possiede, come detto, un suono grintoso ed affascinante ( un suono che, più delle Rickenbacker del solito Petty in stile Byrds, rimanda alla “Strato” di Hendrix: cos’è, vi fa schifo ? Ah ecco, volevo ben vedere… ). Mah, probabilmente non capirò niente io. Che posso dire, quindi? State lontani da “Mojo”, non vale granché, soprattutto evitatelo se non vi piace quella musica che è “troppo rock”. Va bene così ?

Doppio Lp per quasi settanta minuti di musica: un doppio di altri tempi quindi ed anche la copertina rende onore al prodotto: bella foto interna, testi e musicisti canzone per canzone. Un bel disco sia fuori che “dentro”…


Mavis Staples – “You are not alone”

Non sempre mi convincono le operazioni di rilancio delle vecchie glorie un po’ in disarmo che si appoggiano sui più giovani per ritornare in auge. Nel caso di questo disco di Mavis Staples ( ex Staple Singers, ricordo per i più giovani… ) ammetto di essermi fatto influenzare dal fatto che l’album fosse prodotto da Jeff Tweedy dei Wilco e così ho voluto conoscerlo e l’ho pure comprato. In realtà in questo caso non si tratta di un rilancio perché la carriera di Mavis Staples negli ultimi quindici anni è stata piuttosto regolare; ad ogni modo il disco funziona, la produzione di Tweedy è curata e rispettosa del passato della signora ( non avevo dubbi che sarebbe stato così… ) e le canzoni sono buone ( nessun capolavoro, comunque… ), siano esse covers ( Creedence, Randy Newman… ), brani delle Staple Singers o le due canzoni inedite scritte apposta per lei da Tweedy. La musica è ovviamente un Gospel/Soul che però si rifà il trucco giusto per togliersi di dosso la muffa e che strizza l’occhio al Rock in modo da rendere i brani tutti belli grintosi e mai noiosi. Bel lavoro.

Confezione in semi digipack con l’interno in un colore azzurro/Lazio – diciamo così – che non amo molto ma in effetti non sta male…


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